Acqua, un diritto per tutti.
Qualche spunto di riflessione
Eugenia Montagnini
“Accadeva questo: poiché l’acqua non tornava, noi ci allontanavamo dalla fontana, ma mentre andavamo via, l’acqua tornava di nuovo. E questo accadde tre, quattro volte. Ci avvicinavamo e l’acqua subito spariva, la fontana di colpo si seccava. Ma appena ci allontanavamo, la fontana nuovamente gorgogliava e l’acqua subito tornava fresca e abbondante. La sete ci bruciava e noi non potevamo bere. Potevamo solo guardare l’acqua da lontano. Se ci avvicinavamo, l’acqua di colpo spariva” (Silone 1980: 60)
L’acqua rappresenta una questione centrale a Fontamara, emblema del mondo intero.
Il problema dell’acqua è un fenomeno globale, un problema di tutti. L’acqua potabile, elemento sacro per la vita di ciascuna persona e per tutte le culture e religioni, non è accessibile a un abitante del pianeta su cinque (dati UNDP 2003). Un terzo degli abitanti dei Paesi in Via di Sviluppo (1,7 miliardi) vive in regioni con forti problemi di approvvigionamento dell’acqua; in tali regioni si consumano ogni anno più del 20% delle riserve rinnovabili di acqua presenti sul territorio.
Però, pur essendo quello dell’acqua un problema di tutti, la risoluzione di tale problema dipende dalla volontà di pochi, ossia da quel quinto della popolazione mondiale, di cui noi facciamo parte, che gestisce e che utilizza (attraverso il proprio stile di vita e di consumo) i quattro quinti delle risorse del pianeta. Fra queste anche l’acqua.
Esiste un sistema per calcolare i consumi di una popolazione in relazione alle risorse che ha a disposizione. Tale sistema si chiama impronta ecologica e consiste nell’area totale di ecosistemi terrestri e acquatici richiesta per produrre le risorse che la popolazione umana consuma e per assimilare i rifiuti che essa stessa produce (Wackernagel, Rees 2000). In altre parole: l’impronta ecologica calcola gli ettari di terra e acqua che ciascuna persona necessita durante la sua vita (facendo una media) e che ha realmente a disposizione abitando in una nazione piuttosto che in un’altra. Per esempio ciascun italiano ha un’impronta ecologica di 4,2 ettari a fronte di 1,5 ettari (terra più acqua) pro capite di disponibilità effettiva del territorio; esiste quindi per ciascun italiano un deficit ecologico di 2,7 ettari pro capite. Tale deficit, sempre facendo degli esempi, sale a 4,1 ettari pro capite se si tratta di uno statunitense (che ha un’impronta ecologica di 9,6 ettari) o di un olandese (che ha un’impronta ecologica di 5,6 ettari).
Lasciandoci interrogare da questi deficit, a chi rubiamo risorse per vivere come viviamo? A chi, nello specifico, sottraiamo acqua? A tutti quei paesi che hanno stili di vita e di consumo estremamente ridotti e che, nella maggior parte dei casi, hanno comunque un deficit di risorse.
Sempre rispetto all’acqua, è possibile fare una serie di riflessioni su come questa da diritto umano (senza acqua un uomo muore, così come senza ossigeno) stia diventando il più grande affare del mercato globale. Aumentano le sue quotazioni in borsa e le più grandi multinazionali fanno a gara per assicurarsi il diritto di gestione delle riserve acquifere del pianeta.
In Italia (paese in cui non esiste un’emergenza acqua se non in regioni come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, ma per cause differenti; cfr. Orientamenti 2001), così come nella maggior parte dei paesi del mondo, si sta assistendo a un’azione di privatizzazione degli acquedotti pubblici (il paradosso della privatizzazione di un diritto umano!) e a un’azione di pubblicità martellante da parte delle multinazionali proprietarie delle acque minerali che, soprattutto nel nostro paese, tentano con successo di modificare il nostro stile di consumo, spingendo i più a consumare acqua in bottiglia e non acqua del rubinetto (fino ad arrivare all’assurdo della vendita di acqua microfiltrata, che altro non è che acqua dei nostri acquedotti comunali, legalmente imbottigliata e rivenduta furbescamente a una cifra infinitamente superiore).
Lo scorso 10 dicembre, giornata in cui si ricorda l’anniversario della promulgazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’Onu ha riportato l’attenzione di tutti sull’acqua (così come era già avvenuto nel 2003, Anno mondiale dell’acqua) chiedendo un maggior sforzo da parte di tutti perché l’acqua venga riconosciuto come diritto umano e, in un futuro prossimo, inserita fra i diritti già contemplati nel 1948 dalla Dichiarazione.
A tal proposito già da alcuni anni si è mobilitato un comitato mondiale, il Contratto mondiale sull’acqua, che opera perché l’acqua venga riconosciuta come un bene dell’umanità e non come un bene da quotare secondo le logiche liberiste del mercato mondiale.
Ritornando nuovamente a Fontamara, scrive Silone:
“Sarebbe proprio la fine di tutto, se il capriccio degli uomini cominciasse a influire perfino sugli elementi creati da Dio, cominciasse a deviare il corso del sole, il corso dei venti, il corso dell’acqua stabiliti da Dio” (Silone 1980: 52).
Sarebbe proprio la fine di tutto se l’acqua, bene esauribile, finisse solo nelle mani di chi la può comprare!
Bibliografia e sitografia “minima”
Contratto Mondiale sull’Acqua, in http://contrattoacqua.it:8080/public/journal/.
Gesualdi Francoccio, Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti per tutti, Feltrinelli, Milano 2005.
ONU, in http://www.un.org/waterforlifedecade/.
Orientamenti, L’acqua è di tutti. Per un nuovo diritto umano, n. 7-8/2001 (www.centrosocialeambrosiano.org).
Shiva Vandana, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli, Milano 2003.
Silone Ignazio, Fontamara, Mondatori, Milano 1980.
UNDP, in http://www.undp.org/water/.
UNESCO, Water for people – water for life, in http://www.unesco.org/water/.
Wackernagel Michael, Rees William E., L’impronta ecologica. Come ridurre l’impatto dell’uomo sulla terra, Edizioni Ambiente, Milano 2000.